Anche quest’anno abbiamo partecipato, come di consueto, alla Milan Games Week. Poche, a dir la verità, le cose davvero interessanti: l’intervista a David Cage è certamente tra queste. Cage è stato scelto come “guru” di questa edizione della Games Week e, prima di far partire il firmacopie, ha risposto ad alcune domande sul palco principale del PAD. 16. Per i meno informati, Cage è la mente di Quantic Dream, lo studio dietro titoli come Heavy Rain e il più recente Detroit: Become Human.

 

Parlaci un po’ di Detroit: Become Human e della durata della sua creazione.

L’intenzione principale era quella di creare una storia che ne contenesse tante altre. Il processo di creazione, dalla prima idea a prodotto finito, ha richiesto 4 anni completi. Per me un tempo relativamente breve, trattandosi della creazione da zero di un nuovo franchise. La scrittura e la sceneggiatura hanno richiesto 2 anni, contenute in poco più di 4.000 pagine. Ci sono poi voluti un anno per le riprese e un anno per assemblare il tutto.

Qual’è stata l’idea alla base di Detroit: Become Human?

E’ l’idea a scegliere a te. Un videogioco non deve necesseriamente significare zombie e mero divertimento. Questa volta l’idea era di affrontare alcune tematiche appartenenti alla nostra società, come il razzismo e la segregazione. Farlo in un videogioco risulta tutt’oggi quasi impossibile, allora mi chiedo: perché trattare i videogames diversamente da altri media come i film, la tv o la radio?

I tuoi giochi hanno spesso parlato della tematica del lutto e, più in generale, delle emozioni relative alla perdita. Credi che oggi queste emozioni siano maggiormente cavalcate?

Oggi è possibile farlo e giochi come Farenheit lo hanno dimostrato. Mostrare la quotidianità è diventata la normalità. Con essa, vengono di conseguenza trasmessa tutte le emozioni che ne possono derivare, come un lutto o una perdita. Non c’è più bisogno del supereroe, è vero. Nonostante ciò, continuo a sentirmi un outsider perché alcune tematiche sono tutt’ora un taboo.
All’inizio le persone mi guardavano shockate quando descrivevo le violenze domestiche e la segregazione in Detroit. Se posso continuare a farlo è grazie a voi.

Quanto sono durate le riprese e quanto sono importanti nei tuoi giochi?

Le emozioni si veicolano con le espressioni, gli occhi, la voce, i gesti. La teatralità è fondamentale e gli attori assumono inevitabilmente un ruolo chiave nella realizzazione dei nostri titoli. La scelta del cast è forse il momento più difficile e decisivo, per questo li preparo sin da subito alla complessità e all’importanza di quello che dovranno fare. Molti credono di dover prendere parte a esplosioni o chissà che tipo di scontri a fuoco. Quello che gli chiedo è invece estremamente più difficile: essere umani.

Qual’è la tecnologia che ti ispira di più?

La tecnologia è un mezzo e non il fine. Usiamo la penna per scrivere, non è lei a farlo. Sicuramente il rendering sarà sempre più fotorealistico, permettendoci di rappresentare ancora meglio quello che vogliamo. Ma la tecnologia in se non coinvolge il giocatore. Il fulcro continua ad essere chi disegna e sviluppa il gioco sfruttando la tecnologia e non in sua funzione.

Credi nella VR? Ti piacerebbe utilizzarla?

Non possiamo che guardare con interesse alla VR. Al momento, però, non siamo intenzionati ad utilizzarla. Una tecnologia del genere richiede una mentalità ad hoc nell’ideazione e nello sviluppo. Un approccio completamente diverso rispetto a quello che abbiamo adesso.

Il tema per il prossimo gioco?

Posso solo dire che vogliamo lavorare su qualcosa di cui siamo estremamente appassionati. Daremo, come sempre, più spazio alla creatività e meno al marketing.

A intervista conclusa, Cage decide di chiudere con la profondità che lo distingue:

“Detroit ci mostra chiaramente come la tecnologia, nel futuro, dividerà la persone. Oggi, però, è lo stesso Detroit ad averci permesso di incontrarci, comunicare, unirci. Non potevo chiedere di meglio e per questo oggi sono così felice. Grazie a tutti e buona Games Week!”

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