Ci possono essere tanti motivi validi per scegliere di realizzare un remake di videogioco, ma a mio parere le ragioni fondamentali sono due. La prima è che il titolo in questione offra una qualità sufficiente per essere meritevole di un tale gesto, che oserei definire d’amore, ovvero essere rielaborato con cura per ripresentarsi al pubblico. La seconda è che possa effettivamente giovare di un “ringiovanimento”, poiché rilevante per renderlo più fruibile ai giocatori di oggi. The Legend of Zelda: Link’s Awakening incarna esattamente l’ideale di gioco a cui donare una seconda vita, perciò è con grande gioia che mi sono approcciata a rigiocarlo nel 2019, consapevole che la sua esistenza sia un vero e proprio dono a noi appassionati.link's awakening review

Link’s Awakening continua direttamente la storia del suo predecessore, A Link to the Past, e apre il sipario su Link naufragato sulla misteriosa isola di Koholint. Non è mia abitudine rivelare granché della trama di un titolo nelle recensioni, e non farò eccezione nemmeno in questo caso, pur considerando che la storia di Koholint è oramai nota da più di 25 anni. Ciò non cambia il fatto che molti nuovi giocatori possano avvicinarsi al titolo, e che abbiano tutto il diritto di rimanere sconvolti dalla storia che esso narra: perché sì, è sconvolgente. Trovo che questo gioco offra un racconto di alto livello e soprattutto che sia in grado di far rabbrividire chi lo ascolti, forse anche più di Majora’s Mask e altri titoli apertamente inquietanti. The Legend of Zelda: Link’s Awakening fa vivere una buona parte della nostra avventura più che da malvagi che da eroi: c’è sempre alle nostre spalle un’ombra malefica, che è la strisciante sensazione di non star combinando nulla di buono. Segnali poco chiari e messaggi criptici ci accompagnano man mano, e ci fanno capire che la vita su Koholint non è idilliaca come possa sembrare al primo impatto. Il tutto immerso in un’atmosfera di gioviale e giocosa avventura.

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Il titolo, come classicamente accade nella saga di TLOZ, basa il suo gameplay su tre elementi fondamentali: l’esplorazione della mappa, la risoluzione dei dungeon e i combattimenti. Link’s Awakening era particolarmente noto per la difficoltà di orientarsi sull’isola, che rasentava a volte la follia: non era per nulla scontato dove recarsi, considerando che molte aree erano accessibili fin dall’inizio, ma piene di trappole letali. Koholint presenta varie ambientazioni, tra cui un classico deserto, una zona con dei templi in rovina, le montagne, la prateria e la spiaggia. In ognuna di queste regioni è possibile scovare labirinti nascosti, ma soprattutto è possibile scovare uno dei numerosissimi segreti sparsi. Praticamente ogni scenario offre qualcosa da fare, e gironzolare con attenzione è pressoché vitale, poiché molti elementi sono obbligatori per proseguire con la storia, o comunque molto utili. Rilevante da questo punto di vista è la famosa catena del baratto: fin dagli albori della storia possiamo trovare oggetti e iniziare a scambiarli con altri NPC, fino a ottenere uno strumento finale che ci è necessario per finire il gioco. E non è affatto facile, poiché di indizi su dove trovarli non ne abbiamo quasi nessuno. The Legend of Zelda: Link’s Awakening su Nintendo Switch non fa quasi nulla per facilitarci la vita: non sono presenti hint extra, anche se sono stati aggiunti dei teletrasporti ulteriori per muoversi più rapidamente sull’isola. Nonostante il gameplay sia rimasto identico, c’è stato un cambiamento che rende l’esplorazione più agile, ed è l’assenza della divisione in schermi: prima Link si muoveva di scena in scena spostandosi da uno schermo all’altro, con l’immagine che si muoveva verso quella direzione e ricaricava. Nel titolo odierno invece la mappa è un tutt’uno quasi open-world, e questo fa sì che sia più facile orientarsi e anche più piacevole godersi le passeggiate a Koholint.

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I dungeon di Link’s Awakening offrono una difficoltà crescente e molto ben calibrata. I primi che il giocatore si trova ad affrontare sono abbastanza brevi e lineari, ma andando avanti vengono introdotte meccaniche complesse, e si rende necessario un backtracking imponente nella mappa del labirinto. Nessuno dei dungeon raggiunge la complessità dei TLOZ pensati per console fissa, come è giusto che sia, ma sfido chiunque a dire di aver attraversato Roccia Tartaruga senza pensieri e senza lanciare orribili e astiose maledizioni alla console. Per farci strada è importante utilizzare i vari strumenti che abbiamo a disposizione, che sono veramente tanti, dal classico rampino alla polvere magica. L’originale Link’s Awakening faceva del suo meglio per permettere al giocatore di destreggiarsi tra i vari oggetti, ma il GameBoy possedeva solo due tasti: ciò obbligava a continui cambi di inventario per cambiare equipaggiamento, infinitamente frustranti. Fortunatamente Nintendo Switch è decisamente meglio attrezzata, e ciò fa sì che a conti fatti sia necessario rimappare solamente un tasto durante il gioco (nel mio caso la X), assegnando di volta in volta l’eventuale strumento secondario necessario. Questo cambiamento sembra minimo, ma in realtà rende il gioco estremamente più godibile, quasi un titolo nuovo di zecca.

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La complessità delle battaglie in The Legend of Zelda: Link’s Awakening non è troppo elevata: i boss in genere hanno una sola fase e non è mai ostico capire come colpirli. È anch’esso un retaggio della natura portatile di questo TLOZ, che non era pensato per epici combattimenti di mezz’ora. La sfida è stata ulteriormente facilitata dalla presenza in questa versione di più portacuori, che rendono Link una sorta di tank/buttafuori/guardia del corpo palestrata. Sono state aggiunte anche bottiglie vuote, il che – come i fan della serie sanno bene- significa “fatine curative tascabili”. I nemici più ostici sono quelli che incontriamo all’inizio, quando ancora siamo teneri pulcini bagnati dal naufragio, mentre a fine gioco, tra vita extra ed equipaggiamento potenziato, ci sentiamo in grado di sfidare anche il mondo intero. Non c’è da temere però: se desiderate lacrime e sangue, potete dedicarci alla modalità eroica, dove ogni colpo subito fa il doppio più male. E curarsi è una vera e propria impresa.

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The Legend of Zelda: Link’s Awakening è un remake molto fedele al titolo originale, e le differenze vanno cercate con la lente d’ingrandimento. Ci sono più oggetti nascosti in giro per la mappa, come portacuori e conchiglie, e alcune armi come il boomerang sono state rese meno potenti, ma l’elenco finisce qui. L’unico vero cambiamento corposo è stato inserire la Capanna di Danpei, dove il rude minatore ci propone di creare dei dungeon, grazie a varie tessere che raccogliamo in giro nel gioco. La sua casa sorge dove in Link’s Awakening DX era presente il negozio del fotografo, perciò il minigioco delle foto è stato rimosso e del tutto dimenticato, con mio grande dispiacere. L’attività di creare labirinti mi ha abbastanza delusa. Ci sono alcuni criteri da rispettare di volta in volta, ed è poi necessario superare noi stessi la mappa per ottenere ricompense, ma non è particolarmente divertente. L’idea di fondo è sfidarci a superare le nostre creazioni, ma sapendo già da prima quali tessere, e dunque ostacoli, troveremo, l’effetto sorpresa del dungeon va a farsi benedire. Decisamente più divertente deve essere proporre la sfida a ignari amici, o aggiungere alla ricetta Link Ombra che ci insegue, sbloccabile con l’amiibo del gioco prossimamente in vendita.

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Parlando di realizzazione tecnica, agli sviluppatori va il mio plauso sincero per lo stile scelto. Sì, tanti giocatori hanno odiato l’adorabile e plasticoso aspetto di Koholint, ma li trovo senza cuore: il gioco è semplicemente bellissimo. Ogni dettaglio, che sia un nemico, un alberello o un animaletto, è gradevole alla vista e fa venire voglia di infilare la mano nella console per tirarlo fuori e tenerlo in cameretta. I colori brillanti, che si spengono unicamente nella zona nel cimitero, ci accompagnano gradevolmente e tengono alto l’umore del giocatore, anche di fronte a minacce improvvise. Splendide anche le musiche orchestrate e le varie canzoncine cantate: passare dalla musica della città a quella dell’esplorazione eroica della prateria è stato molto emozionante.

 

L’unico vero elemento stonato è il frequente calo di frame rate, fino a 30 FPS, che avviene spostandosi in nuove zone della mappa, specialmente se affollate di nemici. Capita spesso che ci siano parecchi elementi a schermo, e la fluidità ne risente. Nelle sezioni in cui portiamo con noi il Categnaccio il problema è particolarmente fastidioso, ma ad essere onesta questo difetto non mi ha impedito di godermi l’esperienza. Il frame rate rimane stranamente sempre stabile nei dungeon, che spesso sono ricchi di mostri e altri oggetti, per cui immagino che il problema sia principalmente la vasta mappa sull’isola.

The Legend of Zelda: Link’s Awakening è un tuffo in un oceano di avventure, nonché l’ideale vacanza che tutti noi dovremmo prenderci, soprattutto ora che l’estate è finita. Offre una mappa piena zeppa di segreti da esplorare, un buon numero di dungeon variegati e una storia che può darvi i brividi, anche quando non ve lo aspettate. L’adorabile design scelto lo addolcisce un po’, ma la sua bellezza selvaggia rimane del tutto intatta.

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