La serie Oddworld rappresenta un qualcosa che oggi non trova più alcun posto all’interno del mercato videoludico. Negli ultimi 20 anni il settore è mutato irreversibilmente. I costi di sviluppo sempre maggiori hanno fondamentalmente fagocitato tutta la porzione di titoli sviluppati con risorse non all’altezza delle produzioni più importanti. Proprio in questa “nicchia”, che un tempo rappresentava la maggior parte dell’offerta per noi videogiocatori e che oggi risulta occupata dai giochi indie, si collocano le produzioni dei ragazzi di Oddworld Inhabitants.

Nel corso del ciclo vitale della prima PlayStation i primi due titoli con protagonista l’impacciato Abe furono in grado di incanalare l’attenzioni dei videogiocatori grazie ad un’atmosfera e ad un carisma a tratti mai più replicati successivamente. Il mondo in cui gli utenti venivano calati era in grado di trasmettere oppressione e coinvolgere grazie a temi, ancora attuali, come l’industrializzazione scellerata e il capitalismo inteso come vera e propria religione. Il colpo di genio fu poi quello di aggiungere un velo comico in ogni filmato e in ogni parola pronunciata da Abe e nemici. Insomma, volessimo lanciarci in un paragone potremmo definire Oddworld una trasposizione videoludica di tutto quello che rese celebre e icono Fantozzi nel Bel Paese. Ma negli anni ’90 era bello e facile sperimentare. Ogni cosa sapeva davvero di novità. Poi arrivarono i grandi titoli tridimensionali e più meno tutti cercarono di correre dietro al trend. Sherry McKenna e Lorne Lanning resistetterò fino al 2001. In questo scenario nacque Oddworld: Munch’s Oddysee, inizialmente come esclusiva PlayStation 2 per poi divenire uno dei titoli di lancio della prima Xbox.

Oddworld, Abe e Munch

Munch’s Oddysee rappresenta, stando a quanto riferito direttamente dai creatori, il secondo capitolo del brand. Abe’s Exoddus viene infatti considerato come episodio bonus nonostante sia direttamente connesso al gioco oggetto della recensione odierna. L’incipit narrativo è fondamentalmente lo stesso delle precedenti iterazioni: una razza malvagia presente sul pianeta Oddworld decide di dare la caccia ad un’altra con lo scopo di sfruttarla o, nel peggiore dei casi, di utilizzarla come ingrediente principale della nuovissima linea di prodotti all’ultimo grido.

Questa volta non saranno i Mudokon l’oggetto dei desideri dei cattivoni bensì i tripedonti. Queste creature anfibie sono infatti ricercate per via della prelibatezza delle proprie uova, nonché per la compatibilità con i polmoni dei Glukkon, storicamente affetti da tabagismo compulsivo. Il protagonista, Munch, ultimo della propria colonia, viene catturato e costretto a divenire un vero e proprio radar per Sferoidi (un’altra specie animale oggetto della bramosia dei Saddik) grazie all’implementazione di un sonar sul proprio capo. La strada del piccolo Munch si intreccia dunque con quella di Abe, il quale viene incaricato dall’oracolo Mudokon di aiutare la piccola creatura anfibia, introducendo dunque la meccanica del doppio protagonista (si, Abe è del tutto giocabile anche in questo capitolo) attorno alla quale ruoteranno quasi tutti gli enigmi ambientali offerti dal gioco. I due “eroi” hanno infatti accesso ad abilità personali e offrono interazioni con il mondo di gioco, e con le altre specie, del tutto differenti tra di loro. Abe può ad esempio saltare, assoldare i suoi simili e impossessarsi di alcuni nemici mentre Munch può nuotare e richiedere l’aiuto dei piccoli e feroci Sferoidi sopra citati.

Confusione nella conversione…

La formula di gioco è dunque rimasta intatta nel corso degli ultimi 19 anni. La versione Nintendo Switch del titolo è una derivazione dell’edizione migliorata già presente su altre piattaforme. Oddworld: Munch’s Oddysee è stato infatti negli anni riproposto svariate volte, fino ad arrivare ai giorni nostri sui piccoli schermi (forse troppo in questo caso) dell’ibrida targata Nintendo. Il gioco si presenta con una buona risoluzione e un godibile fluidità che si attesta quasi sempre sui 60 fotogrammi al secondo. Gli autori però non hanno mai definito “remastered” tale versione migliorata, anche perché di fatto non lo è. Alcuni menù di gioco e un buonissimo numero di video di intermezzo non sono stati ritoccati in alcuna maniera. Quasi sempre infatti i filmati presentano le doppie bande nere laterali ed una pulizia del video davvero pessima se comparata con gli standard odierni.

Il comparto audio è poi quanto di più critico: sporco e di bassa qualità. Gli sviluppatori affermano di aver migliorato gli aspetti prettamente sonori rispetto alla versione originale, ma quello che dicono è probabilmente vero solamente in parte. Laddove le musiche di sottofondo e gli effetti sonori risultano assolutamente accettabili, il parlato in gioco e nei filmati riscontra problemi di bilanciamento del volume. In modalità portatile poi alcuni dialoghi risultano decisamente inascoltabili. Se a questo aggiungiamo l’assenza di un qualunque tipo di sottotitolo, la frittata è fatta. Per non farci mancare niente, il gioco è interamente in inglese, laddove la medesima versione distribuita, tanto per dirne una, su Steam, è completamente localizzata in italiano. Scelta assolutamente inspiegabile.

…però funziona

Il titolo riesce comunque a funzionare sapendo amalgamare a dovere gli enigmi ambientali con la natura tipicamente platformica della serie. Purtroppo aver abbandonato le due dimensione ha comportato il quasi totale accantonamento delle meccaniche legate al movimento dei nostri amici Mudokon. Intendiamoci, i simili di Abe sono in costante pericolo anche in questo capitolo e la loro sopravvivenza (così come quella degli Sferoidi) comporterà un determinato livello di karma che influenzerà le fasi finali. Il problema è che troppo spesso quella che era la meccanica madre degli episodi precedenti si traduce questa volta in un compiere determinate azioni senza alcuna importanza riposta nel tempismo di svolgimento delle stesse. L’esempio lampante è il superamento di un campo minato: basta ordinare agli NPC di non muoversi per poi portarli letteralmente di peso uno ad uno dall’altra parte dell’ostacolo. Questo non rende assolutamente giustizia alla profondità di gameplay che Oddworld riuscì a offrire in passato. Come detto prima comunque gli enigmi proposti funzionano, sanno divertire (al netto di qualche ripetizione) ed offrono il giusto livello di sfida. Certo, il platforming non è preciso, ma va comunque detto che a cavallo degli anni 2000 erano davvero pochi i titoli in grado di proporre un sistema di movimento e salti decente in un mondo di gioco tridimensionale.

Questo capitolo di Oddworld non offre nulla di nuovo ai giocatori dell’epoca odierna. Nell’ultimo ventennio le produzioni in grado di fare meglio su tutta la linea sono innumerevoli, eppure Munch’s Oddysee è in grado di andare a segno. Questa capacità di distinguersi è sicuramente da riscontrarsi nell’appeal del mondo creato dagli sviluppatori, dal design dei personaggi che lo abitano e dalle storie, comicamente raccapriccianti, che in esso vengono raccontate. Il carisma della serie riesce ad emergere malgrado le limitazioni dell’epoca abbiano posto un limite al dettaglio grafico rendendo le ambientazioni un po’ scarne, le quali riescono comunque a trasmettere quella sensazione di surreale ai giocatori anche in assenza di una profonda rivisitazione del comporto in questione in fase di porting.

Prendere il controllo di Abe (dai diciamolo, la star resta sempre lui; non me ne voglia Munch) è un’esperienza che ogni giocatore dovrebbe provare. Anche in questo capitolo. Anche nel 2020. Il gioco non eccelle in praticamente nulla. La qualità della “versione migliorata” non è all’altezza della maggior parte di rimasterizzazioni. Eppure Oddworld: Munch’s Oddysee ha carattere, e ne ha da vendere.

Appurato dunque che il titolo resta assolutamente godibile anche ai giorni nostri, rimane il secondo quesito a cui la recensione deve rispondere: la versione Nintendo Switch è consigliata? Mai come oggi la risposta è una sola: dipende. Da un punto di vista meramente tecnico e contenutistico no, non lo è. L’audio di bassa qualità inficia notevolmente l’esperienza, soprattutto in modalità portatile, e la mancanza della localizzazione è assolutamente inaccettabile. Se siete però accaniti sostenitori della filosofia “portatile è meglio” non dovreste stare a pensarci troppo.